Respirarono
Luca de Simone
Fonte dell'ispirazione:
Il rastrellamento del
16 ottobre 1943 nel Ghetto ebraico di Roma
Motivazione dell'ispirazione:
La storia ci taglia in
due. Chi è dentro. Chi è fuori.
La storia è guardare la guerra in tv, affondati comodamente sui nostri divani
in similpelle ignifuga, e pensare: “Per fortuna è la loro storia, non ci appartiene.”
Questo racconto nasce dall’esigenza di
scardinare questa indifferenza, di non assolvere
l’amara consolazione di chi si sente partecipe solo di ciò che gli accade
direttamente.
Non sono ebreo. Nessuno dei miei parenti è
stato deportato nei campi di concentramento nazisti; ma sento l’urlo di quella
tragedia sfondarmi i timpani. Quello squarcio ferisce, ma non disunisce. Mi
lega trasversalmente ad ogni singola storia di sopruso, ingiustizia, violenza
accaduta in qualsiasi luogo o tempo sulla terra. Non è difficile pensare al
gesto più spontaneo che un essere umano appena nato è
in grado di fare. È nel momento in cui lo si associa alla
fine della vita stessa che la ragione si inquina di un facile veleno se lo si
descrive solo con la parola indignazione.
Invece è altro. È un veleno che non altera, ma annienta
ogni possibile giudizio. E non esistono parole per
descriverlo.
Respirarono.
Semplicemente. Naturalmente. Fidatamente. E morirono.
Nell’insopportabile ferocia dicotomica di
questo pensiero la storia ci rovescia con brutalità tutti nello stesso solco. Né da una parte. Né dall’altra.
Dentro.
Estratto:
[…]
La lunga marcia silenziosa tenta di riavvolgere la storia. Avviluppati nel mantello di speranza che fu dei lori nonni, genitori, fratelli, sorelle, figli e amici ripercorrono a ritroso un esilio verso lo scippo della dignità di esistere prima che della vita stessa.
– Dove si trovava quand__
– Qui!
Egidio m’interrompe bruscamente rivolgendo gli indici delle mani tremanti verso i sampietrini del ghetto.
– Tre settimane prima i tedeschi ci ricattarono chiedendoci 50 chili d’oro
in cambio della nostra salvezza; con grande fatica
riuscimmo a raccoglierli tutti e a consegnarli nei tempi prestabiliti all'Ufficio
di Collocamento dei Lavoratori italiani per
– Riuscì a sottrarsi al rastrellamento?
Egidio si porta la mano destra al petto, mentre con l’altra stringe gelosamente un vecchio violino.
– Ma perché mi fa tutte queste domande? Chi è lei, un giornalista?
Altro, Egidio. Altro.
– Ero solo curioso di conoscerla; tutti portano in mano una fiaccola, e lei è l’unico ad avere un violino.
– Non amo molto i giornalisti; si ricordano di noi solo in queste occasioni.
Solleva lentamente lo strumento e lo porta all’altezza del cuore. Poi me lo mostra offrendomelo delicatamente come un’ostia, come una reliquia da rispettare.
– Era dell’uomo che mi ha salvato la vita.
Lo prendo in mano e fisso Egidio negli occhi che ora si chiudono colpevoli e rassegnati.
– L’alba del 16 ottobre fui svegliato dal suono di questo violino. Era sabato, il terzo giorno di Succot, la festa delle Capanne, un giorno sacro per gli ebrei osservanti, avevo attaccato manifesti tutta la notte e mi ero addormentato da pochi minuti.
Siamo arrivati a Via Arenula, Egidio sposta di scatto lo sguardo verso gli ultimi piani di un vecchio palazzo.
– Ecco! Lì abitava il Maestro Italia, al terzo piano di quel condominio color ocra. Aveva una bellissima moglie bruna. Cinque figli. Mentre io vivevo da solo nell’appartamento al piano superiore prestatomi temporaneamente da vecchi amici di famiglia e in attesa di essere affittato.
Osservo le sue pupille che come sfere di due penne impazzite disegnano due storie parallele, e quando una s’interrompe, l’altra non ha il coraggio di sopportarlo, gli occhi si stringono forte come frantoi, per fare giustizia, per sopprimerle – almeno nella sua immaginazione – nello stesso istante.
[…]