Vestita di una tuta aderente completamente nera sembrava una cantante rock norvegese

(non che io sappia come sono vestite le cantanti rock norvegesi).

Luca de Simone

 

Fonte dell'ispirazione:

Una tuta aderente completamente nera

 

Motivazione dell'ispirazione:

Gli indumenti comunicano.

   Semplicità. Sofisticatezza. Convinzioni politiche. Nazionalità. Professione. Autorevolezza. Modestia. Esibizionismo. Timidezza.

   Gli indumenti comunicano quello che siamo. Ma il più delle volte quello che vorremmo essere. Poi sono una maschera: apparire ciò che non siamo. Altre volte ancora sono un banale fraintendimento, un giudizio soggettivo; la lettura attraverso un codice del tutto personale.

   Allora capita che una ragazza italiana che indossi una tuta aderente completamente nera, nella mente di un ragazzo che la nota e vuole innamorarsene, possa trasformarsi in una cantante rock norvegese. A quel ragazzo piacciono le cantanti rock norvegesi? Generalmente indossano quel tipo di vestiario? Ne ha mai vista una? A livello razionale risponderebbe negativamente. Ma sono le immagini inconsce, le suggestioni oniriche, o forse una serie sovrapposta di background culturali stereotipati, a consegnargli il resto.

   Dopo questa “visione” ho scritto un racconto sottoforma di post il cui blog immaginario funge da contenitore pubblico di un unico annuncio di smarrimento. Successivamente ho giurato a me stesso che non avrei mai controllato come fosse realmente vestita una cantante rock norvegese.

   Perché amare il mare significa osservarne la superficie rinunciando a svelare i misteri delle sue profondità.

   Giuramento d’amore mantenuto.

 

Estratto:

 

[…]

 

Avvolto da una coltre fetida di insicurezza non osavo sfidare l’ineluttabile. Guardai quel codino biondo guizzare sotto un cappellino di velluto nero “alla francese” allontanarsi, fino a confondersi completamente con l’odiosa massa.

   Lei se ne stava andando per sempre perché il destino non ti regala due possibilità. Esiste un solo momento per ogni cosa. Il nostro, era passato.

   Mi incamminai verso il motorino ripetendo ad alta voce che l’amavo e che ero un idiota. Con l’immaginazione ricostruii una conversazione che non c’è mai stata, un atteggiamento audace che ero ancora in tempo per esibire come si esibisce con orgoglio la casa nuova. Ma in quella circostanza ero semplicemente inquilino della goffaggine, e in sfratto esecutivo da me stesso. Questa metafora mi venne in mente quando passai di fronte a tre senzatetto sdraiati sulle scalinate di una chiesa.

   Volevo essere come loro.

   Liberi da tutti e da tutto, ma non da se stessi. Avrei voluto vergognarmi di quel pensiero e ringraziare dio della mia prosperità, ma non lo feci. Accesi il motorino, infilai i miei guanti di camoscio e il mio casco di una misura in meno, e mi sentii incompleto e inadeguato anche in quella difettosa borghesia.

    Durante il tragitto in motorino ero un fiume in piena di parole, un eloquio tracimante di seduzione e savoir fair. Ero quasi arrivato a casa ed avevo la nostra storia in testa. Mia e di Irene. Una storia bellissima, di parole giuste al momento e giusto; e quello che più importava è che ero determinato a riprendermela. Invertii la rotta e mi riavviai verso la stazione consapevole che le avrei parlato apertamente con il rischio di rendermi ridicolo, e questa volta non per qualcosa che non avevo fatto.

   Giunto alla stazione parcheggiai il motorino alla meno peggio.

   Ansimante, ma finalmente vivo, mi diressi spedito e sicuro verso il binario tre. Tre, pensai, numero perfetto. Niente può andare storto.

   Era vuoto.

   Cercai invano tra le persone sedute che sostavano lungo il binario una testa gialla. La mia testa gialla. Pensai all’emozione che avrei provato se l’avessi scorta da sola, seduta su una panchina di marmo, inconsapevole della dolce inondazione che di lì a poco l’avrebbe travolta. Ma non ci fu il tempo per comprenderlo.

   Niente ragazza che dorme.

   Niente cantante rock norvegese.

   Niente straniera.

   Niente Irene.

   Tre, pensai, numero perfetto. Treno partito perfettamente in orario.

 

[…]